Storia, biografie e attualità

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Cuba, 50 anni della rivoluzione
        

 

          Storia della Base Usa a La Maddalena dal 1972  all'addio

                                                Foto e video manifestazioni pacifiste e anti-militariste: da non perdere!

  

                                                                    

                                                      In perenne ricordo dei morti sul lavoro 

 

 

WALTER - AMARCORD
(amari ricordi per Walter l'americano)

IERI

OGGI

 
“il fascismo potrà risorgere a condizione che si    chiami antifascismo”
Pasolini

 

Sardegna
LA PORTAEREI DELL'IMPERIALISMO NEL MEDITERRANEO
di Luigi Pisci (*)
 
La Sardegna accoglie nel suo territorio 2/3 delle servitù militari Italiane. Tale sproporzione può essere spiegata con l’insularità, la bassa densità di popolazione e la posizione strategica dell’isola al centro del Mediterraneo.
Il prezzo che i sardi stanno pagando per questa specificità non richiesta si traduce nelle alte incidenze di malattie genetiche, mancanza di sviluppo alternativo, dissesto ambientale permanente.
Se nei decenni passati il ricatto del lavoro poteva fungere da anestetico nei confronti delle popolazioni limitrofe penalizzate, oggi è ormai tempo di bilanci: le zone dove sorgono le basi sono in via di spopolamento non meno del resto della Sardegna ma con la differenza che le basi costituiscono un tappo a qualsiasi soluzione alternativa di sviluppo.
La politica italiana e sarda, cosciente del proprio ruolo di comitato d’affari padronale, dopo aver celato per anni malattie, incidenti e contaminazioni, continua a promuovere l’ampliamento delle basi e il depistaggio di coloro che in tribunale cercano un briciolo di giustizia dopo inaudite sofferenze.

Parisi a tutta Quirra
Il poligono di Quirra è tra i più grandi d’Europa, vi si testano le nuove armi per l’esercito e si fanno operazioni dimostrative per convincere i committenti della micidiale efficienza delle armi ordinate.
Il mare cristallino viene usato come discarica di residuati bellici e la popolazione civile e militare come ignare cavie.
Sindrome di Quirra. Si chiama così la malattia che nella vastissima area occupata dal poligono militare più grande d'Europa, tra Barbagia e Ogliastra, nella Sardegna centrale, uccide civili e militari e fa nascere bambini deformi. Non ne parla nessuno. I media tacciono una situazione che è invece drammatica.
Con le vittime della tragedia sullo sfondo, il ministro (sardo) Arturo Parisi e il sottosegretario (sardo) Emilio Casula, col governo Prodi ancora in carica, hanno annunciato l’ampliamento del poligono di Quirra. Quirra dovrà diventare un grande poligono aerospaziale da rendere disponibile alle industrie delle armi di tutto il mondo. "Un disegno -secondo le parole di Emidio Casula- che farà della Sardegna un centro d'eccellenza tecnologica di prim'ordine, capace di attrarre investimenti e lavoro altamente qualificato da tutto il globo". Il potenziamento prevede la sperimentazione di aerei senza pilota e di sistemi d'arma a guida laser, nonché test di prova sui motori per le nuove generazioni di veicoli aerospaziali recuperabili, gli space-shuttle. Ma del piano fa parte anche la costruzione di un aeroporto e la creazione di una "striscia tattica", ossia di un'area limitata della base da utilizzare come appoggio per missioni di guerra operative. Fatto di una gravità eccezionale, perché si andrebbe ben oltre le finalità puramente addestrative e di sperimentazione di sistemi d'arma che sinora Quirra ha avuto.
 
Peggio Soru che male accompagnati
La giunta di centrosinistra cerca di barattare l’ampliamento di Quirra con la dismissione parziale delle basi di Teulada e Capo Frasca. Ecco le dichiarazioni rese dal presidente Soru in commissione Difesa: "Proprio perché vogliamo fare la nostra parte, abbiamo cercato di valutare la presenza dei militari e le necessità più impellenti: abbiamo compreso che il poligono di Quirra è quello su cui si è maggiormente investito, il più grande di tutti e probabilmente quello più dotato di tecnologie e maggiormente utile al nostro sistema di difesa. Riteniamo, quindi, di poter dare la nostra collaborazione ospitando il poligono e favorendo le sue ulteriori necessità di investimento e di spazio. Siamo disponibili a offrire tutta la nostra collaborazione per quel sito. Abbiamo bisogno però che sia fissata una data precisa entro la quale saranno abbandonati i poligoni di Capo Teulada e di Capo Frasca". Al momento però, passati quasi sei mesi, mentre a Quirra il piano di potenziamento è già partito, non è stata fissata alcuna scadenza per la dismissione di Capo Teulada e di Capo Frasca (al contrario, proprio qualche settimana fa Arturo Parisi, ministro uscente, ha dichiarato in commissione Difesa che di mollare i due poligoni non se ne parla nemmeno).
 
L’uranio è duro da digerire come la verità
Gli interessi che gravitano intorno a Quirra sono giganteschi. Con i suoi 11.600 ettari la base è attrezzata per le prove sui sistemi d'arma più moderni, sofisticati e letali. Viene massicciamente utilizzata sia dai governi (per il 56 per cento del tempo) sia dall'industria militare privata (per il 44 per cento). Una micidiale combinazione militare-industriale che non ha certo problemi a sopportare il costo di 50 mila euro l'ora per l'affitto delle strutture della base. Tutto questo comporta conseguenze sanitarie (tumori e malformazioni) ed economiche (espropri, povertà, emigrazione) pesantissime per le popolazioni che vivono in quell'area e anche per i militari che ci lavorano. Ma poi ci sono anche l'inquinamento magnetico originato dai potentissimi radar utilizzati nel poligono e il sospetto che tra le armi usate durante le attività di addestramento ci siano, o ci siano stati, proiettili all'uranio impoverito. Sospetto suffragato dal fatto che le patologie tumorali a Quirra sono esattamente le stesse provocate dalla cosiddetta sindrome dei Balcani.
 
In vista del G8 unifichiamo le vertenze
Il nostro partito propone coerentemente con la campagna “via le truppe” che abbiamo animato nei mesi scorsi, l’unificazione delle vertenze anti-imperialiste e anti-colonialiste con quelle sanitarie, ambientali e sindacali, per elaborare in vista della riunione del G8 una piattaforma rivendicativa sulla quale costruire la lotta. Una lotta senza quartiere ai poligoni del cancro, ai laboratori dell’invasione coloniale, al tappo dello sviluppo, al giro d’affari miliardario dei signori della guerra.
 

(*) coordinamento regionale sardo del PdAC
 

     

 

 

 

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Roma 11/6: contro Bush e la guerra permanente

 

1)  Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l’Italia nella guerra permanente Mercoledi 11 giugno mobilitazione nazionale (Patto permanente contro la guerra)

 

2)  Non sottovalutare il ruolo dell’Italia negli scenari della guerra globale

Relazione della Rete dei Comunisti al Forum del Patto contro la guerra su “Gli scenari della guerra globale e il ruolo dell’Italia” (Roma, 24 maggio 2008)

 

=== 1 ===

Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l’Italia nella guerra permanente

 

Mercoledi 11 giugno mobilitazione nazionale.

Appuntamento a Roma alle ore 17.00 in piazza della Repubblica

 

 

Il presidente degli Stati Uniti Bush l’11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi - uno dei suoi più fedeli alleati in Europa - un maggiore coinvolgimento dell’Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.

 

Bush è “un’anatra zoppa” ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l’opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l’allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già  si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell’Europa dell’Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l’escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO, la disponibilità dell’Italia ai preparativi di guerra contro l’Iran, il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.

 

Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all’ampliamento della propria sfera d’influenza sul mercato mondiale - oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull’economia USA. Il tentativo dell’amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.

 

Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il  ruolo di guerra dell’Italia, già delineato da D’Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.

 

Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.

Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia la stella polare della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo.  Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l’Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza a Roma mercoledì 11 giugno per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l’escalation di guerra.

 

 

L’11 giugno saremo in piazza a Roma contro la visita di Bush e per riaffermare la nostra piattaforma:

 

·        il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan, dal Libano, dai Balcani

 

·        a revoca della decisione di costruire una nuova base militare USA a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile

 

·        la revoca dell’adesione dell’Italia allo Scudo missilistico USA

 

·        la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35

 

·        la revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele

 

·        il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.

 

Il Patto permanente contro la guerra

 

=== 2 ===

Non sottovalutare il ruolo dell’Italia negli scenari della guerra globale

 

(la relazione della Rete dei Comunisti al Forum del Patto contro la guerra su

“Gli scenari della guerra globale e il ruolo dell’Italia”, Roma, 24 maggio)*

Il primo problema con cui dobbiamo fare i conti è la “ragione sociale” che è alla base della nostra alleanza e della nostra azione politica – il Patto contro la guerra – e la percezione politica e pubblica della questione che solleviamo: la guerra.

Il depotenziamento della guerra come categoria politica e morale

 

Il tentativo di occultare la guerra non è solo una responsabilità del sistema dei mass media. I mezzi di informazione non sono autonomi ma rispondono agli input che gli giungono dalla politica e dai poteri forti che ne sono gli azionisti di maggioranza. Prendersela con i mass media è una forma di auto consolazione che non ci aiuta a collocare la nostra azione al livello possibile (e ancora meno al livello che sarebbe necessario).

 

L’occultamento della guerra avviene ai livelli più alti della politica e della egemonia culturale. Cito due esempi.

“Il termine guerra, sotto il profilo giuridico, è diventato desueto ed è sostituito da quello più flessibile di conflitto armato” (tesi del prof. Natalino Ronzitti, docente della Luiss)

“Serve una nuova legge che regoli la partecipazione delle Forze Armate a missioni estere che non rientrano nell’ormai desueta categoria di “guerra”. (tesi di Giovanni Gasparini, responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali). (1)

 

Queste tesi, sostenute da due autorevoli membri di quei think thank italiani legati alla NATO, al Ministero della Difesa e al Ministero degli esteri, sono indicativi del progetto di depotenziare la categoria della “guerra” come fattore che da un lato inquieta – giustamente – l’opinione pubblica riducendo i consensi ai governi “di guerra”e dall’altro pone una serie di questioni giuridiche e morali (vedi l’art.11 della Costituzione e il senso comune che intorno è stato costruito) che oggi si vuole rimuovere per poter partecipare apertamente e senza ostacoli a tutta la geometria variabile di operazioni militari previste dalla guerra preventiva.

 

Su questo terreno, la complicità bipartizan della politica è crescente. Oggi c’è il governo Berlusconi ma ieri con il governo Prodi non era diverso.

Alla fine del 2007, l’allora ministro della Difesa Parisi partecipò ad un seminario del Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica. In questo seminario si è discusso della tesi della “4GW” (Four Generation Warfare) avanzato dallo storico militare dell’università di Gerusalemme Martin Van Cleveld. (2)

Questa analisi delle “guerre di quarta generazione” arrivava ad un paio di conclusioni per noi molto significative:

1)  Se non si può più distinguere la pace dalla guerra che cosa esattamente si ripudia con l’art.11?

2)  Affrontare le nuove minacce richiederà una sempre maggiore integrazione tra mondo civile e mondo militare perché cresce l’importanza del livello “morale” dello scontro.

 

Parlare dunque di lotta contro la guerra in una fase in cui “non si può più distinguere la pace dalla guerra” ed in cui il coinvolgimento degli apparati civili (vedi le Ong) e il livello “morale” del conflitto crescono e diventano decisivi, ci pone seri problemi di analisi, informazione e chiarezza politica sulla funzione e gli obiettivi di una coalizione di movimento come il Patto contro la guerra, che nella sua ragione sociale ha ripreso, fatto proprio e dichiarato quel “No alla guerra senza se e senza ma” che è entrato in collisione con quei settori della sinistra e del movimento pacifista niente affatto insensibili ai ragionamenti e alle categorie denunciate poco prima.

Dalla concertazione alla competizione. Nascono qui i pericoli di guerra

 

Una seconda riflessione riguarda un’altra tentazione storica dei movimenti contro la guerra: quello che potremmo definire la “sindrome della fotografia”. Una fotografia fissa una immagine, una fase storica ma non ha la capacità di indicare le tendenze che si mettono in moto dopo che la fotografia è stata scattata.

In questo senso, l’analisi della realtà internazionale non solo molto spesso è ferma ma non riesce a cogliere i mutamenti del processo storico. Se vogliamo fare degli esempi, la storia ci aiuta.

·        Nel 1900, tutte le potenze imperialiste (esattamente le stesse che oggi fanno parte del G8) intervennero insieme e di comune accordo contro la Cina dove era scoppiata la rivolta dei boxer.

Italiani, giapponesi, statunitensi, russi, inglesi, tedeschi, francesi mandarono le loro truppe a reprimere la rivolta e a spartirsi le concessioni sul territorio della Cina( Porti, ferrovie, snodi commerciali etc.). Quattordici anni dopo, le stesse potenze si sono combattute mortalmente nelle trincee della Marna o della Marmolada e in tutta la rete coloniale in cui erano presenti (Africa., Asia etc.).La concertazione imperialista del 1900 era diventata guerra interimperialista solo quattordici anni dopo ponendo fine a quel processo di globalizzazione compiuto del pianeta iniziato nella seconda metà dell’Ottocento e che aveva raggiunto il suo apice proprio nella Belle Epoque del primo decennio del Novecento.

Nel 1940, mentre le truppe naziste sfondavano al nord la linea Maginot (la linea di difesa francese), tra le aziende elettriche francesi e tedesche si continuavano a scambiare elettricità e transazioni finanziarie. Non solo. Fino a tutto il 1941 le fabbriche della Ford e della General Motors in Germania hanno costruito camion e mezzi per la Wermacht tedesca. Solo dopo fortissime pressioni del governo USA chiusero – a malincuore perché i profitti erano elevatissimi – la produzione sul suolo tedesco. Dopo pochi mesi gli USA dichiaravano guerra alla Germania. Ciò conferma che è vero che il capitale non ha confini né nazionalità ma che gli Stati (e la politica) alla fine prevalgono anche sugli interessi dei singoli capitalisti.

 

Questi esempi ci servono per capire che il movimento contro la guerra non può limitarsi a fotografare il passato e l’esistente ma deve cercare di individuare le tendenze per collocare dentro ed eventualmente contro di esse la propria azione politica.

 

Oggi le contraddizioni che portano alla guerra sono evidenti e agiscono concretamente. Non si tratta solo delle guerra asimmetriche a cui abbiamo assistito in questi anni (l’Afghanistan, l’Iraq, la Jusoglsvia somigliano molto alla spedizione contro i Boxer in Cina), ma di una escalation della competizione a tutti i livelli – incluso quello militare – tra le varie potenze.

 

Se cogliamo dunque la tendenza in corso, non possiamo che partire dal dato della perdita di egemonia degli USA nei rapporti di forza internazionali , un dato questo che aveva caratterizzato tutto il dopoguerra e il dopo guerra fredda. L’egemonia si fonda su tre fattori: economica, culturale, militare. Ormai gli USA possono contare solo sul fattore militare che però ne modifica lo status dalla potenza egemonica a quello della supremazia (militare appunto). Sul piano economico e culturale gli USA stanno perdendo quote crescenti di egemonia e stanno lottando con tutti i mezzi (anche e soprattutto quello della guerra e dell’economia di guerra) per cercare di mantenerla.

 

Se questa tendenza è vera, stiamo assistendo ad un cambiamento epocale: il passaggio dalla concertazione tra le grandi potenze (assicurato e dominato dagli USA come primus inter pares) alla competizione globale tra le grandi potenze.

Questa situazione è dimostrata dalla evidente crisi di tutte le istituzioni internazionali che hanno retto questo squilibrio/equilibrio tra le maggiori potenze e ne hanno assicurato la concertazione sia nella guerra fredda contro l’Urss sia nella gestione della globalizzazione dagli anni Ottanta fino ai primi anni del XXI° Secolo. Oggi queste istituzioni – niente affatto autonome dagli Stati – sono in crisi. E’ in crisi la WTO, il FMI, la Banca Mondiale, l’ONU, la Commissione Trilateral e persino la NATO. Sono dunque in crisi la maggioranza dei vecchi bersagli contro cui i movimenti altermondialisti si sono accaniti per anni ritenendole i “nemici principali”, espressione di un capitale collettivo senza volto e senza Stati. Oggi non è più così. Le vecchie camere di compensazione tra gli interessi delle varie potenze non funzionano più sia per le contraddizioni interne sia per l’affermarsi di nuove potenze (Cina, India, Brasile, Russia etc.). Questo nuovo scenario impone o una rinegoziazione generale – malvista dagli USA perché ne ratificherebbe il declino – o la paralisi delle istituzioni della concertazione multilaterale. (3)

 

Infine, ma non certo per importanza, oggi stiamo vivendo ben quattro crisi strutturali in una sola.

·        la crisi finanziaria dovuta ai buchi in bilancio delle banche

·        la crisi monetaria dovuta alla modifica del rapporto di cambio tra euro e dollaro (se la Finmeccanica avesse acquisito la statunitense DRS cinque anni fa avrebbe speso 5,2 miliardi di euro invece di 3,4 miliardi di euro)

·        la crisi energetica con il boom dei prezzi degli idrocarburi e la consapevolezza di aver raggiunto e superato il “picco” produttivo

·        la crisi alimentare scatenata dall’introduzione degli agrocombustibili che hanno fatto schizzare i prezzi delle materie prime agricole

 

Queste ovviamente sono tendenze e dinamiche di una realtà internazionale in movimento di cui non è facile prevedere gli sbocchi. Possiamo solo essere certi di due cose: che la fotografia delle relazioni internazionali valida fino al 2000 è sbiadita e che sulla base della storia, le contraddizioni che abbiamo preso in esame hanno sempre portato ad una guerra di carattere globale. E’ un quadro inquietante, ma un Patto contro la guerra non può assumersi la responsabilità di denunciare e agire per impedire che la realtà in cui opera precipiti lungo il piano inclinato della storia.

Esiste o no un “imperialismo italiano”?

 

Se è vero che la fase storica sta cambiando, non si capisce perché la fotografia sbiadita della realtà internazionale dovrebbe invece rimanere identica quando si passa ad analizzare il ruolo della “Azienda Italia” nei rapporti internazionali e negli scenari della guerra globale.

L’aumento delle spese militari, la crescita di un complesso militare-industriale intorno a Finmeccanica, l’invio di contingenti militari negli scenari di crisi, sono solo alcuni degli effetti di un mutamento del ruolo dell’Italia dagli anni Novanta a oggi.

 

Da un punto di vista delle categorie classiche, l’Italia è un paese compiutamente imperialista. Lo è dal punto di vista economico, finanziario e dell’integrazione nel cuore di uno dei poli imperialisti  come l’Europa. Il fatto che sia un sistema più debole rispetto a quelli più forti, non deve trarre in inganno né deve continuare ad alimentare il luogo comune degli “italiani brava gente”. L’Italia è stata una potenza coloniale come le altre e le atrocità e i saccheggi compiuti in Libia, in Africa orientale, nei Balcani non sono stati diversi da quelli compiuti da altre potenze.

 

Oggi, l’Italia oscilla tra la fedeltà/subalternità alle alleanze storiche come la NATO e l’Unione Europea (e che vede i governi che si succedono accentuare più o meno la fedeltà atlantica rispetto alle ambizioni autonome dell’Unione Europea) e la costruzione di una propria area di influenza e presenza economica e diplomatica.

Dalla metà degli anni Novanta, l’Italia ha partecipato ampiamente all’assalto verso l’Europa dell’Est con una gigantesca esportazione di capitali che ha superato ampiamente l’export di merci.

Con il primo Governo Prodi e Fassino sottosegretario agli Esteri, abbiamo visto definire nero su bianco l’ambizione dell’Italia a conquistarsi la sua fetta di bottino nei Balcani e nell’Europa dell’Est. (4)

Oggi in Romania ci sono 800.000 lavoratori rumeni alle dipendenze di 24.000 imprese italiane

La delocalizzazione produttiva è stata impetuosa anche in Albania dove l’Italia controlla anche la formazione delle forze di sicurezza e vorrebbe addirittura localizzare le centrali nucleari per la produzione di energia destinata all’Italia. Lo stesso meccanismo è avvenuto anche nel resto dei Balcani, mentre le grandi banche come Unicredit e Intesa-S.Paolo hanno fatto un notevolissimo shopping in tutta l’Europa l’Est. Lo stesso si può dire dell’Enel.

Due anni fa, a Forlì si tenne un convegno tra Confindustria e NATO organizzato dall’università, in cui i funzionari e i militari della NATO invitavano gli imprenditori a investire tranquillamente nei Balcani perché la presenza dei contingenti NATO assicurava il massimo di stabilità e garanzia per gli investimenti esteri.

 

Un discorso particolare merita poi il Maghreb dove l’Italia opera soprattutto nello spirito del neocolonialismo (conquista della forza lavoro più che delle risorse come avveniva per il colonialismo) e punta a conquistarsi un serbatoio di forza lavoro a buon mercato sia attraverso la delocalizzazione produttiva sia attraverso flussi migratori controllati. Su questo il ragionamento più organico è stato fatto proprio da Romano Prodi ed è alla base del grande interesse dell’Italia per il Mercato Unito Euro Mediterraneo del 2010 o – in subordine se questo processo fallisse – dell’Unione Mediterranea avanzata dalla Francia di Sarkozy per superare le recalcitranze degli altri paesi europei verso il Mediterraneo. (5)

 

Alla luce di questi dati – ampiamente documentati e documentabili ma completamente trascurati dall’analisi e dal dibattito – si capisce meglio perché l’Italia è il sesto paese per numero di soldati impegnati in missioni militari all’estero, perché mantiene contingenti militari in Libano e nei Balcani, perché vuole dotarsi di un complesso militare-industriale e di risorse economiche per la difesa adeguate alle proprie ambizioni. Uno studio recente fissa il minimo delle spese militari necessarie per essere adeguati a 20 miliardi di euro (circa 30 miliardi di dollari).

Secondo questo studio l’esercito deve essere completamente “expeditionary” (cioè proiettato e proiettabile al 100% all’estero entro i prossimi cinque anni), tagliando organici inutili (20.000 marescialli e 3.000 ufficiali) (6)

A questa dimensione offensiva della politica militare italiana dovremo abituarci, anzi, dovremo attrezzarci per ostacolarla in ogni modo nei prossimi anni. Non solo, l’Italia incrementerà in ogni scenario regole d’ingaggio più intrusive e aggressive. A fronte di questa realtà, i ragionamenti sulla “riduzione del danno” che abbiamo sentito dai gruppi parlamentari della sinistra nei due anni di governo Prodi, appaiono decisamente irritanti quanto miopi.

 

La percezione nella società degli scenari di guerra che coinvolgono l’Italia

 

A cavallo tra febbraio e marzo di quest’anno, il Laps (Laboratorio per l’Analisi Politica e Sociale) dell’università do Siena, ha realizzato un sondaggio commissionato dal Ministero degli Esteri (c’era ancora D’Alema) e allegato al rapporto redatto dal Gruppo di Riflessione Strategica sulla politica internazionale dell’Italia (7).

In questo sondaggio emergono alcuni dati interessanti sia per comprendere la percezione sociale degli scenari internazionali che coinvolgono l’Italia sia per avere un’idea dello spazio politico per l’iniziativa e i contenuti del movimento No War nel nostro paese.

Dai dati viene fuori ad esempio che la richiesta di fuoriuscita dalla NATO è ancora minoritaria e che lo sono anche le ambizioni ad autonomizzarsi dando vita all’esercito europeo. Gli USA perdono importanza ma anche un certo un certo “appeal” sociale.

Le missioni militari godono di consenso se non producono vittime tra i soldati italiani. Più perdite ci sono e meno ci sarebbero consensi. La missione meno popolare è quella in Afghanistan anche perché è percepita come quella più rischiosa.

Infine c’è una forte opposizione all’aumento delle spese militari e una congrua richiesta che vengano diminuite. In assenza di informazioni sulla quantità delle spese militari c’è uno zoccolo duro maggioritario che ritiene debbano rimanere invariate. Ma –e questo è interessante – se gli intervistati dispongono di informazioni cresce il numero di coloro che sono favorevoli alla riduzione e diminuisce il numero di coloro che ritengano debbano rimanere invariate.

Ciò significa che la missione militare in Afghanistan è il punto più  debole del sistema di consenso alla guerra e che le spese militari – in presenza di una iniziativa e di informazioni – possono essere un altro punto debole del consenso alla politica militare dei governi italiani.

Ad una domanda del sondaggio se gli USA rimangono il paese più importante per l’Italia, Nel 2002 la risposta affermativa veniva da parte del 15% degli intervistati, nel 2008 questa percentuale è scesa al 9%. Questa maggiore disaffezione degli italiani verso l’importanza degli USA viene però compensata da quello che viene definito il “sentiment” e che – in una scala da 0 a 10 – vede gli USA passare dal 6,38 del 2002 al 6,71 del 2008, superati però dalla Germania. Un discorso diverso riguarda invece la NATO.

 

La fedeltà alla NATO

 

                                                          2002                    2008

L’Italia deve rimanere nella NATO così com’è               32                      35

Rimanere nella NATO ma con forza e comando europei         47                      32

Ritirarsi dalla NATO e istituire un esercito europeo       5                       11

Scegliere la neutralità                                    10                      14

 

Le missioni militari all’estero

                                                        Contrari                Favorevoli

Missione in Kosovo                                        27                        68

Missione in Libano                                        33                        60

Missione in Darfur                                        14                        81

Afghanistan (nel quadro degli sforzi internazionali)      32                        62

Afghanistan (con la partecipazione a combattimenti)       57                        37

 

La specificità della missione militare in Afghanistan

 

Favorevoli (senza perdite di soldati italiani)      61

Contrari (senza perdite di soldati italiani)        33

Favorevoli (anche con altri 20 morti italiani)      40

Contrari (anche con altri 20 morti italiani)        52

Favorevoli (con altri 100 morti italiani)           27

Contrari (con altri 100 morti italiani)             64

 

Le spese militari

 

Gli intervistati non dispongono di informazioni sulla quantità di spese militari dell’Italia

                                                          2002                   2008

Le spese militari dovrebbero aumentare                     21                     13

Le spese militari dovrebbero diminuire                     25                     38

Le spese militari dovrebbero rimanere uguali               42                     42

 

Se gli intervistati dispongono di informazioni sulla quantità delle spese militari dell’Italia

                                                              2002                2008

Le spese militari dovrebbero aumentare                         --                  12

Le spese militari dovrebbero diminuire                         --                  41

Le spese militari dovrebbero rimanere uguali                   --                  34

 

·        relazione di Sergio Cararo della Rete dei Comunisti 

 

 

Fonti e note:

 

(1)       Da Affari Internazionali, pagina web dell’Istituto Affari Internazionali

(2)       Vedi  Carlo Buzzi in Pagine di Difesa, 3 dicembre 2007

(3)       Vedi AAVV “Il piano inclinato del capitale”, Jaka Book

(4)       Vedi “L’Italia s’è desta” (AAVV, edizioni Laboratorio Politico, 1997) e No/made Italy (AAVV,edizioni Mediaprint, 1999)

(5)       Vedi Romano Prodi “Un’idea di Europa”, Il Mulino 1998

(6)       Vedi Giovanni Gasparini in “Affari Internazionali”, maggio 2008

(7)       Il sondaggio del Laps e il Rapporto curato dal Gruppo di Riflessione Strategica (di cui fanno parte diversi centri studi, Confindustria, Banca d’Italia, banche, giornalisti, docenti universitari, comandi militari e istituzioni ) sono del marzo 2008

 

 

 

 

 

Speciale elezioni 2008

   risultati delle politiche2008.   

   Risultati a La Maddalena: Camera  e  Senato

   Commenti e reazioni alla sconfitta della Sinistra Arcobaleno

 

 

 

 

 dal 1891 ad ora, passando per innumerevoli lotte, tra tutte quella per le 8 ore, passando per Portella delle Ginestre,
               il Primo Maggio si festeggia da 117 anni (tranne la sua abolizione negli anni bui del fascismo).


                                                              FESTA del LAVORO

                                    
Affinche' i valori della giustizia sociale
prevalgano sulle logiche del "mercato".
               Il Primo Maggio mai come quest'anno deve essere simbolo della tutela della democrazia
       e della dignita' sul lavoro, dei diritti dei la
voratori, primo fra tutti il diritto di non morire lavorando.
                
NO ALLE MORTI BIANCHE !

 

 

 
Articoli : Venier: Bossi come Mussolini. Fucili e baionette presto nella polvere 11 Letture
Inviato da : ufficiostampa Mercoledì, 30 Aprile 2008 - 16:41

 

 

Pillole di storia
 
PCI 1962 - L'opposizione dei comunisti al governo di centro-sinistra: Noi siamo in opposizione a questo governo per l'assenza di indirizzi generali di rinnovamento democratico ... Togliatti
 

 

 

 

 

 

 25 aprile 1945, la Liberazione dell'Italia
             La storia della resiste
nza romana
            "Generazione Ribelle", diari e lettere dei protagonisti della Resistenza
             "Grazie partigiani!". Parola di Alleati
             Strage di Marzabotto: storia, inchiesta
             Resistenza e revisionismo storico
             Porzus e le Foibe
             Il dibattito sui "ragazzi di Salò"
             I disertori tedeschi e la Resistenza
                
Il contributo dei militari alla Liberazione

 

                               

   

Marco Rizzo (PdCI)

 

 

E’successo! Berlusconi pare essere tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la sinistra scompare con un risultato disastroso, l’improbabile Arcobaleno è stato sonoramente bocciato dall’elettorato con ad ora, un risultato che si aggira attorno al 4% alla Camera dei Deputati e con un risultato altrettanto pessimo al Senato. Le percentuali di partenza nelle elezioni del 2006 erano il 10,2% alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura senza “conteggiare” la Sinistra Democratica ). Qualcuno potrà obiettare che quell’aggettivo “improbabile” poteva essere usato anche prima. Modestamente, alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, lo avevano detto… Leggi tutto

 

 

Marco Ferrando - Franco Grisolia (PCL)

 

 Franco Giordano

 

Il Tradimento politico delle ragioni dei lavoratori e dei movimenti da parte di Fausto Bertinotti, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto ha portato al disastro la sinistra. Due anni di governo con politiche antioperaie, antipopolari e belliciste a tutto vantaggio delle forze padronali hanno prodotto un enorme disillusione del popolo della sinistra; che si è espresso in parte nell'astensione in parte nell'illusorio "voto utile senza fiducia" per il PD in funzione antiberlusconiana. Due anni fa come sinistra di opposizione di Rifondazione avevamo esattamente previsto che la politica di collaborazione di classe del suo gruppo dirigente avrebbe portato al disastro, anche se naturalmente non ne potevamo prevedere l'ampiezza. Leggi tutto

 

 

"Noi andremo al congresso dove naturalmente saremo tutti a disposizione e decideremo democaticamente. Ma la proposta che io mi sento di formulare è quella di andare avanti sulla strada del percorso unitario della Sinistra fuori dal quale non vedo proprio futuro".

Gianluigi Pegolo (PRC - L'Ernesto)

 

Oliviero Diliberto

Per la prima volta dal dopo guerra, i comunisti non sono rappresentati nel parlamento, la debacle de l'arcobaleno dimostra senza ombra di dubbio l'errore clamoroso commesso dal gruppo dirigente di Rifondazione che ha rinunciato alla falce e martello per inseguire un progetto effimero.
L'area de l'Ernesto, ormai da più di un anno, si è battuta nel partito per impedire questo tragico approdo.
Per la coerenza che ha dimostrato è stata discriminata, ma oggi i fatti ci danno ragione.
Il più grande errore che si potrebbe fare ora è non prendere atto che l'arcobaleno e definitivamente finito e riproporre quel progetto.
A questo punto occorre ridare agli iscritti del partito il potere di decidere convocando immediatamente il congresso.

 

 

 

 

 

 

 

 

"A questo punto dobbiamo ricominciare da capo e ricominciare dai vecchi simboli, la falce e il martello. Berlusconi ha vinto di dieci punti percentuali, la sinistra e' praticamente scomparsa. Bel risultato quello raggiunto da Veltroni".  

Leonardo Masella (PRC - L'Ernesto)

 

 PdAC

 

Fausto Bertinotti ha purtroppo distrutto la sinistra.
Siamo di fronte ad un disastro completo della Sinistra Arcobaleno, peggiore delle più pessimistiche previsioni. Il risultato elettorale è l’effetto della delusione profonda nel popolo della sinistra per la partecipazione fallimentare al governo, che si è accompagnata alla sistematica opera di liquidazione del Prc e del comunismo portata avanti dalla maggioranza del gruppo dirigente di Rifondazione Comunista.
Il gruppo dirigente nazionale del Prc ha chiesto i voti alla Sinistra Arcobaleno per trasformarla da coalizione elettorale in un soggetto politico, in un nuovo partito della sinistra. Poiché alla prova dei fatti il progetto è fallito, il gruppo dirigente deve rassegnare immediatamente le dimissioni e avviare il congresso, senza ulteriori forzature antidemocratiche.
Il Congresso nazionale dovrà cambiare radicalmente la linea governista e liquidatoria assunta al congresso scorso di Venezia e dovrà pronunciarsi per la salvezza di Rifondazione Comunista e per la ricostruzione di una forza comunista di massa in Italia.

 

 

 

dichiarazione del Comitato Centrale del PdAC sull'esito elettorale

 

Ha vinto uno dei due poli confindustriali e il nuovo governo applicherà quindi uno dei due programmi fotocopia. L'unica differenza tra Pd e Pdl è che Berlusconi non porta in dote il rapporto con le burocrazie sindacali e la socialdemocrazia, motivo per cui la grande borghesia ha puntato fino all'ultimo sul Pd di Veltroni. Leggi tutto

 

Claudio Grassi (PRC - Essere Comunisti)

 

 Falce e Martello

 

Se i dati che emergono dalle proiezioni e dallo scrutinio delle prime sezioni fossero confermati, il risultato della Sinistra l'Arcobaleno sarebbe disastroso e fallimentare. Disastroso in termini percentuali: saremmo addirittura al di sotto dei voti ottenuti alle ultime elezioni politiche dalla sola Rifondazione Comunista. Fallimentare sul piano politico e per ciò che riguarda il progetto complessivo a cui questa unificazione elettorale alludeva. Chi ha parlato in queste settimane di una lista unica come primo passo verso la costruzione di un partito unico della sinistra e ha agito nella direzione di accelerare questo processo, non ascoltando la perplessità diffusa nel corpo del partito, deve trarne le dovute conseguenze. Ha commesso un grave errore politico. Per questo vanno convocati immediatamente gli organismi dirigenti e va dato avvio al congresso nazionale. Il gruppo dirigente di Rifondazione Comunista deve assumersi, di fronte a questo tracollo, le proprie responsabilità.

 

 

 

Il risultato elettorale della Sinistra arcobaleno è per generale ammissione al di sotto delle peggiori aspettative. Per la prima volta da 126 anni, da quando nel 1882 Andrea Costa venne eletto primo parlamentare socialista, non esiste nel parlamento italiano né un socialista, né un comunista. Non esistono precedenti, almeno nel nostro paese, che possano fare da guida per darci un orientamento.

Ramon Mantovani