Storia, biografie e attualità
Cuba,
50 anni della rivoluzione

Storia
della Base Usa a La Maddalena dal 1972 all'addio
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perenne ricordo dei morti sul lavoro
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(amari ricordi per Walter
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Come
iscriversi all'ANPI
1)
Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l’Italia nella
guerra permanente Mercoledi 11 giugno mobilitazione nazionale (Patto
permanente contro la guerra)
2)
Non sottovalutare il ruolo dell’Italia negli scenari della guerra
globale
Relazione
della Rete dei Comunisti al Forum del Patto contro la guerra su “Gli
scenari della guerra globale e il ruolo dell’Italia” (Roma, 24 maggio
2008)
===
1 ===
Mercoledi
11 giugno mobilitazione nazionale.
Appuntamento
a Roma alle ore 17.00 in piazza della Repubblica
Il
presidente degli Stati Uniti Bush l’11 giugno prossimo sarà di nuovo a
Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi - uno dei suoi più
fedeli alleati in Europa - un maggiore coinvolgimento dell’Italia nelle
strategie di guerra degli USA nei vari scenari.
Bush
è “un’anatra zoppa” ma prima di concludere il suo mandato vuole
approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per
aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole
più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il
contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l’opposizione
libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della
secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal
Molin a Vicenza e l’allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro
territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già
si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell’Europa
dell’Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende
italiane e statunitensi (vedi l’escalation della Finmeccanica), la
subalternità alle scelte della NATO, la disponibilità dell’Italia ai
preparativi di guerra contro l’Iran, il rafforzamento della complicità
militare e diplomatica tra Italia e Israele.
Una
accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o
all’ampliamento della propria sfera d’influenza sul mercato mondiale -
oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono
rispondere alla recessione economica abbattutasi sull’economia USA. Il
tentativo dell’amministrazione Bush è quello di accollare i costi
economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.
Su
questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da
parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le
fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in
Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il
ruolo di guerra dell’Italia, già delineato da D’Alema come
quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di
militari oltreconfine.
Questa
agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la
guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun
soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle
sue alleanze e dei suoi obiettivi.
Il
Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a
tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia la
stella polare della politica estera ed economica e la sicurezza sia
inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale.
Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di
guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha
incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei
diritti umani in tutto il mondo. Per
dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l’Italia dalla guerra,
chiamiamo tutte e tutti in piazza a Roma mercoledì 11 giugno per protestare
contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro
l’escalation di guerra.
L’11
giugno saremo in piazza a Roma contro la visita di Bush e per riaffermare la
nostra piattaforma:
·
il
ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan, dal Libano, dai
Balcani
·
a
revoca della decisione di costruire una nuova base militare USA a Vicenza e
lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per
riconvertirle ad uso civile
·
la
revoca dell’adesione dell’Italia allo Scudo missilistico USA
·
la
revoca della partecipazione alla costruzione degli F35
·
la
revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele
·
il
taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.
===
2 ===
(la
relazione della Rete dei Comunisti al Forum del Patto contro la guerra su
“Gli
scenari della guerra globale e il ruolo dell’Italia”, Roma, 24 maggio)*
Il
primo problema con cui dobbiamo fare i conti è la “ragione sociale” che
è alla base della nostra alleanza e della nostra azione politica – il
Patto contro la guerra – e la percezione politica e pubblica della
questione che solleviamo: la guerra.
Il
tentativo di occultare la guerra non è solo una responsabilità del sistema
dei mass media. I mezzi di informazione non sono autonomi ma rispondono agli
input che gli giungono dalla politica e dai poteri forti che ne sono gli
azionisti di maggioranza. Prendersela con i mass media è una forma di auto
consolazione che non ci aiuta a collocare la nostra azione al livello
possibile (e ancora meno al livello che sarebbe necessario).
L’occultamento
della guerra avviene ai livelli più alti della politica e della egemonia
culturale. Cito due esempi.
“Il
termine guerra, sotto il profilo giuridico, è diventato desueto ed è
sostituito da quello più flessibile di conflitto armato” (tesi del prof.
Natalino Ronzitti, docente della Luiss)
“Serve
una nuova legge che regoli la partecipazione delle Forze Armate a missioni
estere che non rientrano nell’ormai desueta categoria di “guerra”.
(tesi di Giovanni Gasparini, responsabile di ricerca dell’Istituto Affari
Internazionali). (1)
Queste
tesi, sostenute da due autorevoli membri di quei think thank italiani legati
alla NATO, al Ministero della Difesa e al Ministero degli esteri, sono
indicativi del progetto di depotenziare la categoria della “guerra” come
fattore che da un lato inquieta – giustamente – l’opinione pubblica
riducendo i consensi ai governi “di guerra”e dall’altro pone una serie
di questioni giuridiche e morali (vedi l’art.11 della Costituzione e il
senso comune che intorno è stato costruito) che oggi si vuole rimuovere per
poter partecipare apertamente e senza ostacoli a tutta la geometria
variabile di operazioni militari previste dalla guerra preventiva.
Su
questo terreno, la complicità bipartizan della politica è crescente. Oggi
c’è il governo Berlusconi ma ieri con il governo Prodi non era diverso.
Alla
fine del 2007, l’allora ministro della Difesa Parisi partecipò ad un
seminario del Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza
politica. In questo seminario si è discusso della tesi della “4GW” (Four
Generation Warfare) avanzato dallo storico militare dell’università di
Gerusalemme Martin Van Cleveld. (2)
Questa
analisi delle “guerre di quarta generazione” arrivava ad un paio di
conclusioni per noi molto significative:
1)
Se non si può più distinguere la pace dalla guerra che cosa
esattamente si ripudia con l’art.11?
2)
Affrontare le nuove minacce richiederà una sempre maggiore
integrazione tra mondo civile e mondo militare perché cresce l’importanza
del livello “morale” dello scontro.
Parlare
dunque di lotta contro la guerra in una fase in cui “non si può più
distinguere la pace dalla guerra” ed in cui il coinvolgimento degli
apparati civili (vedi le Ong) e il livello “morale” del conflitto
crescono e diventano decisivi, ci pone seri problemi di analisi,
informazione e chiarezza politica sulla funzione e gli obiettivi di una
coalizione di movimento come il Patto contro la guerra, che nella sua
ragione sociale ha ripreso, fatto proprio e dichiarato quel “No alla
guerra senza se e senza ma” che è entrato in collisione con quei settori
della sinistra e del movimento pacifista niente affatto insensibili ai
ragionamenti e alle categorie denunciate poco prima.
Una
seconda riflessione riguarda un’altra tentazione storica dei movimenti
contro la guerra: quello che potremmo definire la “sindrome della
fotografia”. Una fotografia fissa una immagine, una fase storica ma non ha
la capacità di indicare le tendenze che si mettono in moto dopo che la
fotografia è stata scattata.
In
questo senso, l’analisi della realtà internazionale non solo molto spesso
è ferma ma non riesce a cogliere i mutamenti del processo storico. Se
vogliamo fare degli esempi, la storia ci aiuta.
·
Nel
1900, tutte le potenze imperialiste (esattamente le stesse che oggi fanno
parte del G8) intervennero insieme e di comune accordo contro la Cina dove
era scoppiata la rivolta dei boxer.
Italiani,
giapponesi, statunitensi, russi, inglesi, tedeschi, francesi mandarono le
loro truppe a reprimere la rivolta e a spartirsi le concessioni sul
territorio della Cina( Porti, ferrovie, snodi commerciali etc.). Quattordici
anni dopo, le stesse potenze si sono combattute mortalmente nelle trincee
della Marna o della Marmolada e in tutta la rete coloniale in cui erano
presenti (Africa., Asia etc.).La concertazione imperialista del 1900 era
diventata guerra interimperialista solo quattordici anni dopo ponendo fine a
quel processo di globalizzazione compiuto del pianeta iniziato nella seconda
metà dell’Ottocento e che aveva raggiunto il suo apice proprio nella
Belle Epoque del primo decennio del Novecento.
Nel
1940, mentre le truppe naziste sfondavano al nord la linea Maginot (la linea
di difesa francese), tra le aziende elettriche francesi e tedesche si
continuavano a scambiare elettricità e transazioni finanziarie. Non solo.
Fino a tutto il 1941 le fabbriche della Ford e della General Motors in
Germania hanno costruito camion e mezzi per la Wermacht tedesca. Solo dopo
fortissime pressioni del governo USA chiusero – a malincuore perché i
profitti erano elevatissimi – la produzione sul suolo tedesco. Dopo pochi
mesi gli USA dichiaravano guerra alla Germania. Ciò conferma che è vero
che il capitale non ha confini né nazionalità ma che gli Stati (e la
politica) alla fine prevalgono anche sugli interessi dei singoli
capitalisti.
Questi
esempi ci servono per capire che il movimento contro la guerra non può
limitarsi a fotografare il passato e l’esistente ma deve cercare di
individuare le tendenze per collocare dentro ed eventualmente contro di esse
la propria azione politica.
Oggi
le contraddizioni che portano alla guerra sono evidenti e agiscono
concretamente. Non si tratta solo delle guerra asimmetriche a cui abbiamo
assistito in questi anni (l’Afghanistan, l’Iraq, la Jusoglsvia
somigliano molto alla spedizione contro i Boxer in Cina), ma di una
escalation della competizione a tutti i livelli – incluso quello militare
– tra le varie potenze.
Se
cogliamo dunque la tendenza in corso, non possiamo che partire dal dato
della perdita di egemonia degli USA nei rapporti di forza internazionali ,
un dato questo che aveva caratterizzato tutto il dopoguerra e il dopo guerra
fredda. L’egemonia si fonda su tre fattori: economica, culturale,
militare. Ormai gli USA possono contare solo sul fattore militare che però
ne modifica lo status dalla potenza egemonica a quello della supremazia
(militare appunto). Sul piano economico e culturale gli USA stanno perdendo
quote crescenti di egemonia e stanno lottando con tutti i mezzi (anche e
soprattutto quello della guerra e dell’economia di guerra) per cercare di
mantenerla.
Se
questa tendenza è vera, stiamo assistendo ad un cambiamento epocale: il
passaggio dalla concertazione tra le grandi potenze (assicurato e dominato
dagli USA come primus inter pares) alla competizione globale tra le grandi
potenze.
Questa
situazione è dimostrata dalla evidente crisi di tutte le istituzioni
internazionali che hanno retto questo squilibrio/equilibrio tra le maggiori
potenze e ne hanno assicurato la concertazione sia nella guerra fredda
contro l’Urss sia nella gestione della globalizzazione dagli anni Ottanta
fino ai primi anni del XXI° Secolo. Oggi queste istituzioni – niente
affatto autonome dagli Stati – sono in crisi. E’ in crisi la WTO, il FMI,
la Banca Mondiale, l’ONU, la Commissione Trilateral e persino la NATO.
Sono dunque in crisi la maggioranza dei vecchi bersagli contro cui i
movimenti altermondialisti si sono accaniti per anni ritenendole i “nemici
principali”, espressione di un capitale collettivo senza volto e senza
Stati. Oggi non è più così. Le vecchie camere di compensazione tra gli
interessi delle varie potenze non funzionano più sia per le contraddizioni
interne sia per l’affermarsi di nuove potenze (Cina, India, Brasile,
Russia etc.). Questo nuovo scenario impone o una rinegoziazione generale –
malvista dagli USA perché ne ratificherebbe il declino – o la paralisi
delle istituzioni della concertazione multilaterale. (3)
Infine,
ma non certo per importanza, oggi stiamo vivendo ben quattro crisi
strutturali in una sola.
·
la
crisi finanziaria dovuta ai buchi in bilancio delle banche
·
la
crisi monetaria dovuta alla modifica del rapporto di cambio tra euro e
dollaro (se la Finmeccanica avesse acquisito la statunitense DRS cinque anni
fa avrebbe speso 5,2 miliardi di euro invece di 3,4 miliardi di euro)
·
la
crisi energetica con il boom dei prezzi degli idrocarburi e la
consapevolezza di aver raggiunto e superato il “picco” produttivo
·
la
crisi alimentare scatenata dall’introduzione degli agrocombustibili che
hanno fatto schizzare i prezzi delle materie prime agricole
Queste
ovviamente sono tendenze e dinamiche di una realtà internazionale in
movimento di cui non è facile prevedere gli sbocchi. Possiamo solo essere
certi di due cose: che la fotografia delle relazioni internazionali valida
fino al 2000 è sbiadita e che sulla base della storia, le contraddizioni
che abbiamo preso in esame hanno sempre portato ad una guerra di carattere
globale. E’ un quadro inquietante, ma un Patto contro la guerra non può
assumersi la responsabilità di denunciare e agire per impedire che la realtà
in cui opera precipiti lungo il piano inclinato della storia.
Se
è vero che la fase storica sta cambiando, non si capisce perché la
fotografia sbiadita della realtà internazionale dovrebbe invece rimanere
identica quando si passa ad analizzare il ruolo della “Azienda Italia”
nei rapporti internazionali e negli scenari della guerra globale.
L’aumento
delle spese militari, la crescita di un complesso militare-industriale
intorno a Finmeccanica, l’invio di contingenti militari negli scenari di
crisi, sono solo alcuni degli effetti di un mutamento del ruolo
dell’Italia dagli anni Novanta a oggi.
Da
un punto di vista delle categorie classiche, l’Italia è un paese
compiutamente imperialista. Lo è dal punto di vista economico, finanziario
e dell’integrazione nel cuore di uno dei poli imperialisti
come l’Europa. Il fatto che sia un sistema più debole rispetto a
quelli più forti, non deve trarre in inganno né deve continuare ad
alimentare il luogo comune degli “italiani brava gente”. L’Italia è
stata una potenza coloniale come le altre e le atrocità e i saccheggi
compiuti in Libia, in Africa orientale, nei Balcani non sono stati diversi
da quelli compiuti da altre potenze.
Oggi,
l’Italia oscilla tra la fedeltà/subalternità alle alleanze storiche come
la NATO e l’Unione Europea (e che vede i governi che si succedono
accentuare più o meno la fedeltà atlantica rispetto alle ambizioni
autonome dell’Unione Europea) e la costruzione di una propria area di
influenza e presenza economica e diplomatica.
Dalla
metà degli anni Novanta, l’Italia ha partecipato ampiamente all’assalto
verso l’Europa dell’Est con una gigantesca esportazione di capitali che
ha superato ampiamente l’export di merci.
Con
il primo Governo Prodi e Fassino sottosegretario agli Esteri, abbiamo visto
definire nero su bianco l’ambizione dell’Italia a conquistarsi la sua
fetta di bottino nei Balcani e nell’Europa dell’Est. (4)
Oggi
in Romania ci sono 800.000 lavoratori rumeni alle dipendenze di 24.000
imprese italiane
La
delocalizzazione produttiva è stata impetuosa anche in Albania dove
l’Italia controlla anche la formazione delle forze di sicurezza e vorrebbe
addirittura localizzare le centrali nucleari per la produzione di energia
destinata all’Italia. Lo stesso meccanismo è avvenuto anche nel resto dei
Balcani, mentre le grandi banche come Unicredit e Intesa-S.Paolo hanno fatto
un notevolissimo shopping in tutta l’Europa l’Est. Lo stesso si può
dire dell’Enel.
Due
anni fa, a Forlì si tenne un convegno tra Confindustria e NATO organizzato
dall’università, in cui i funzionari e i militari della NATO invitavano
gli imprenditori a investire tranquillamente nei Balcani perché la presenza
dei contingenti NATO assicurava il massimo di stabilità e garanzia per gli
investimenti esteri.
Un
discorso particolare merita poi il Maghreb dove l’Italia opera soprattutto
nello spirito del neocolonialismo (conquista della forza lavoro più che
delle risorse come avveniva per il colonialismo) e punta a conquistarsi un
serbatoio di forza lavoro a buon mercato sia attraverso la delocalizzazione
produttiva sia attraverso flussi migratori controllati. Su questo il
ragionamento più organico è stato fatto proprio da Romano Prodi ed è alla
base del grande interesse dell’Italia per il Mercato Unito Euro
Mediterraneo del 2010 o – in subordine se questo processo fallisse –
dell’Unione Mediterranea avanzata dalla Francia di Sarkozy per superare le
recalcitranze degli altri paesi europei verso il Mediterraneo. (5)
Alla
luce di questi dati – ampiamente documentati e documentabili ma
completamente trascurati dall’analisi e dal dibattito – si capisce
meglio perché l’Italia è il sesto paese per numero di soldati impegnati
in missioni militari all’estero, perché mantiene contingenti militari in
Libano e nei Balcani, perché vuole dotarsi di un complesso
militare-industriale e di risorse economiche per la difesa adeguate alle
proprie ambizioni. Uno studio recente fissa il minimo delle spese militari
necessarie per essere adeguati a 20 miliardi di euro (circa 30 miliardi di
dollari).
Secondo
questo studio l’esercito deve essere completamente “expeditionary”
(cioè proiettato e proiettabile al 100% all’estero entro i prossimi
cinque anni), tagliando organici inutili (20.000 marescialli e 3.000
ufficiali) (6)
A
questa dimensione offensiva della politica militare italiana dovremo
abituarci, anzi, dovremo attrezzarci per ostacolarla in ogni modo nei
prossimi anni. Non solo, l’Italia incrementerà in ogni scenario regole
d’ingaggio più intrusive e aggressive. A fronte di questa realtà, i
ragionamenti sulla “riduzione del danno” che abbiamo sentito dai gruppi
parlamentari della sinistra nei due anni di governo Prodi, appaiono
decisamente irritanti quanto miopi.
A
cavallo tra febbraio e marzo di quest’anno, il Laps (Laboratorio per
l’Analisi Politica e Sociale) dell’università do Siena, ha realizzato
un sondaggio commissionato dal Ministero degli Esteri (c’era ancora D’Alema)
e allegato al rapporto redatto dal Gruppo di Riflessione Strategica sulla
politica internazionale dell’Italia (7).
In
questo sondaggio emergono alcuni dati interessanti sia per comprendere la
percezione sociale degli scenari internazionali che coinvolgono l’Italia
sia per avere un’idea dello spazio politico per l’iniziativa e i
contenuti del movimento No War nel nostro paese.
Dai
dati viene fuori ad esempio che la richiesta di fuoriuscita dalla NATO è
ancora minoritaria e che lo sono anche le ambizioni ad autonomizzarsi dando
vita all’esercito europeo. Gli USA perdono importanza ma anche un certo un
certo “appeal” sociale.
Le
missioni militari godono di consenso se non producono vittime tra i soldati
italiani. Più perdite ci sono e meno ci sarebbero consensi. La missione
meno popolare è quella in Afghanistan anche perché è percepita come
quella più rischiosa.
Infine
c’è una forte opposizione all’aumento delle spese militari e una
congrua richiesta che vengano diminuite. In assenza di informazioni sulla
quantità delle spese militari c’è uno zoccolo duro maggioritario che
ritiene debbano rimanere invariate. Ma –e questo è interessante – se
gli intervistati dispongono di informazioni cresce il numero di coloro che
sono favorevoli alla riduzione e diminuisce il numero di coloro che
ritengano debbano rimanere invariate.
Ciò
significa che la missione militare in Afghanistan è il punto più
debole del sistema di consenso alla guerra e che le spese militari
– in presenza di una iniziativa e di informazioni – possono essere un
altro punto debole del consenso alla politica militare dei governi italiani.
Ad
una domanda del sondaggio se gli USA rimangono il paese più importante per
l’Italia, Nel 2002 la risposta affermativa veniva da parte del 15% degli
intervistati, nel 2008 questa percentuale è scesa al 9%. Questa maggiore
disaffezione degli italiani verso l’importanza degli USA viene però
compensata da quello che viene definito il “sentiment” e che – in una
scala da 0 a 10 – vede gli USA passare dal 6,38 del 2002 al 6,71 del 2008,
superati però dalla Germania. Un discorso diverso riguarda invece la NATO.
2002
2008
L’Italia
deve rimanere nella NATO così com’è
32
35
Rimanere
nella NATO ma con forza e comando europei
47
32
Ritirarsi
dalla NATO e istituire un esercito europeo
5
11
Scegliere
la neutralità
10
14
Le
missioni militari all’estero
Contrari
Favorevoli
Missione
in Kosovo
27
68
Missione
in Libano
33
60
Missione
in Darfur
14
81
Afghanistan
(nel quadro degli sforzi internazionali)
32
62
Afghanistan
(con la partecipazione a combattimenti)
57
37
Favorevoli
(senza perdite di soldati italiani)
61
Contrari
(senza perdite di soldati italiani)
33
Favorevoli
(anche con altri 20 morti italiani)
40
Contrari
(anche con altri 20 morti italiani)
52
Favorevoli
(con altri 100 morti italiani)
27
Contrari
(con altri 100 morti italiani)
64
2002
2008
Le
spese militari dovrebbero aumentare
21
13
Le
spese militari dovrebbero diminuire
25
38
Le
spese militari dovrebbero rimanere uguali
42
42
2002
2008
Le
spese militari dovrebbero aumentare
--
12
Le
spese militari dovrebbero diminuire
--
41
Le
spese militari dovrebbero rimanere uguali
--
34
·
relazione
di Sergio Cararo della Rete dei Comunisti
Fonti
e note:
(1)
Da Affari Internazionali, pagina web dell’Istituto Affari
Internazionali
(2)
Vedi Carlo Buzzi in
Pagine di Difesa, 3 dicembre 2007
(3)
Vedi AAVV “Il piano inclinato del capitale”, Jaka Book
(4)
Vedi “L’Italia s’è desta” (AAVV, edizioni Laboratorio
Politico, 1997) e No/made Italy (AAVV,edizioni Mediaprint, 1999)
(5)
Vedi Romano Prodi “Un’idea di Europa”, Il Mulino 1998
(6)
Vedi Giovanni Gasparini in “Affari Internazionali”, maggio 2008
(7)
Il sondaggio del Laps e il Rapporto curato dal Gruppo di Riflessione
Strategica (di cui fanno parte diversi centri studi, Confindustria, Banca
d’Italia, banche, giornalisti, docenti universitari, comandi militari e
istituzioni ) sono del marzo 2008
risultati delle politiche2008.
Risultati
a La Maddalena: Camera
e Senato
Commenti
e reazioni alla sconfitta della Sinistra Arcobaleno
dal
1891 ad ora, passando per innumerevoli lotte, tra tutte quella per le
8 ore, passando per Portella
delle Ginestre,
il Primo Maggio si festeggia da 117 anni (tranne la sua abolizione
negli anni bui del fascismo).
FESTA del LAVORO
Affinche' i valori della
giustizia sociale prevalgano
sulle logiche del "mercato".
Il Primo Maggio mai come quest'anno deve essere simbolo della tutela
della democrazia
e della dignita' sul lavoro, dei
diritti dei lavoratori,
primo fra tutti il diritto di non morire lavorando.
NO
ALLE MORTI BIANCHE !
|
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Venier:
Bossi come Mussolini. Fucili e baionette presto nella polvere
Roma
29 aprile 2008
Bossi
che millanta 300.000 fucili ricorda Mussolini ed i
suoi presunti 8 milioni di baionette. Nel giorno in cui si
insedia il Parlamento le destre usano ancora le stesse
minacce e gli stessi linguaggi. A questi signori, oggi ebbri di
vittoria, rispondiamo che hanno fatto male i conti e che ben
presto avranno brutte sorprese. La sinistra, quella vera, quella
che non legittima i fascisti ed i razzisti, riparte oggi
dalle piazze. Come nel 1936 nessuno poteva immaginare la fine di
Mussolini così oggi sembra lontana quella di Berlusconi ed i
suoi. Eppure in pochi anni quelle baionette sono finite nel fango.
Allo stesso modo i fucili di Bossi finiranno spazzati via con la
polvere della storia. Bossi quindi si scordi le sue riforme. I
Comunsiti Italiani gli sbarreranno la strada.
|
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|
||||
25
aprile 1945, la Liberazione
dell'Italia
La
storia della resistenza
romana
"Generazione
Ribelle", diari e lettere dei protagonisti della Resistenza
"Grazie
partigiani!". Parola di Alleati
Strage
di Marzabotto: storia, inchiesta
Resistenza
e revisionismo storico
Porzus e le
Foibe
Il
dibattito sui "ragazzi di Salò"
I
disertori tedeschi e la Resistenza
Il
contributo dei militari alla Liberazione
|
Marco Rizzo (PdCI) |
|
|
|
E’successo!
Berlusconi pare essere tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la
sinistra scompare con un risultato disastroso, l’improbabile
Arcobaleno è stato sonoramente bocciato dall’elettorato con ad
ora, un risultato che si aggira attorno al 4% alla Camera dei
Deputati e con un risultato altrettanto pessimo al Senato. Le
percentuali di partenza nelle elezioni del 2006 erano il 10,2%
alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati di
Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura
senza “conteggiare” |
|
|
|
Marco
Ferrando - Franco Grisolia (PCL) |
|
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|
Il Tradimento politico delle ragioni dei lavoratori e dei movimenti da parte di Fausto Bertinotti, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto ha portato al disastro la sinistra. Due anni di governo con politiche antioperaie, antipopolari e belliciste a tutto vantaggio delle forze padronali hanno prodotto un enorme disillusione del popolo della sinistra; che si è espresso in parte nell'astensione in parte nell'illusorio "voto utile senza fiducia" per il PD in funzione antiberlusconiana. Due anni fa come sinistra di opposizione di Rifondazione avevamo esattamente previsto che la politica di collaborazione di classe del suo gruppo dirigente avrebbe portato al disastro, anche se naturalmente non ne potevamo prevedere l'ampiezza. Leggi tutto |
|
|
|
Gianluigi
Pegolo (PRC - L'Ernesto) |
|
|
|
Per
la prima volta dal dopo guerra, i comunisti non sono rappresentati
nel parlamento, la debacle de l'arcobaleno dimostra senza ombra di
dubbio l'errore clamoroso commesso dal gruppo dirigente di
Rifondazione che ha rinunciato alla falce e martello per inseguire
un progetto effimero.
|
|
|
|
Leonardo Masella (PRC - L'Ernesto) |
|
|
|
Fausto
Bertinotti ha purtroppo distrutto la sinistra. |
|
dichiarazione del Comitato Centrale del PdAC sull'esito elettorale
Ha
vinto uno dei due poli confindustriali e il nuovo governo
applicherà quindi uno dei due programmi fotocopia. L'unica
differenza tra Pd e Pdl è che Berlusconi non porta in dote il
rapporto con le burocrazie sindacali e la socialdemocrazia, motivo
per cui la grande borghesia ha puntato fino all'ultimo sul Pd di
Veltroni. Leggi
tutto |
|
Claudio Grassi (PRC - Essere Comunisti) |
|
|
|
Se i dati che emergono dalle proiezioni e dallo scrutinio delle prime sezioni fossero confermati, il risultato della Sinistra l'Arcobaleno sarebbe disastroso e fallimentare. Disastroso in termini percentuali: saremmo addirittura al di sotto dei voti ottenuti alle ultime elezioni politiche dalla sola Rifondazione Comunista. Fallimentare sul piano politico e per ciò che riguarda il progetto complessivo a cui questa unificazione elettorale alludeva. Chi ha parlato in queste settimane di una lista unica come primo passo verso la costruzione di un partito unico della sinistra e ha agito nella direzione di accelerare questo processo, non ascoltando la perplessità diffusa nel corpo del partito, deve trarne le dovute conseguenze. Ha commesso un grave errore politico. Per questo vanno convocati immediatamente gli organismi dirigenti e va dato avvio al congresso nazionale. Il gruppo dirigente di Rifondazione Comunista deve assumersi, di fronte a questo tracollo, le proprie responsabilità. |
|
Il risultato elettorale della Sinistra
arcobaleno è per generale ammissione al di sotto delle peggiori
aspettative. Per la prima volta da 126 anni, da quando nel 1882
Andrea Costa venne eletto primo parlamentare socialista, non
esiste nel parlamento italiano né un socialista, né un
comunista. Non esistono precedenti, almeno nel nostro paese, che
possano fare da guida per darci un orientamento.
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Ramon Mantovani |
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